Bavaglio all’informazione, un salto a 87 anni fa

12 giugno 2010 at 5:07 pm (news)

da Megachip
Approvata la legge bavaglio, si apre un buco nero nella cronaca, che balza indietro a 87 anni fa.
Ecco come nel luglio del 1923 il Governo guidato da Benito Mussolini attuò una serie di provvedimenti per mettere il bavaglio ai giornalisti e all’informazione. Fu l’inizio di una drammatica stagione che portò al Regime fascista.

….. Il vero obiettivo di Mussoli­ni doveva rivelarsi a distanza di pochi mesi. A giugno aveva inviato una circolare ai prefetti chiedendo di avere “telegraficamente notizie su stampa locale nei confronti atteggiamento verso Governo” e l’11 luglio il Consiglio dei ministri condividendo il parere del capo del fascismo “sugli abusi a cui si abbandonano senza ritegno taluni organi della stampa italiana” , affidò, su proposta del ministro Di Cesarò, al guardasigilli, Oviglio e ai ministri Carnazza e Federzoni l’incarico di presentare per il giorno successivo uno schema di provvedimenti necessari a “prevenire e reprimere energicamente e immediatamente gli abusi e i delitti di talune pubblicazioni”. Nel comunicato governativo Mussolini specificò che “fin dal novembre scorso aveva preparato vari schemi di provvedimenti” contro gli abusi della stampa, ma ne aveva sempre dilazionato la presentazione, “sperando in un ravvedimento che nonsi è verificato”. Nella mattinata del giorno successivo, mentre i giornali si chiedevano cosa in realtà celassero le parole del presidente del Consiglio e Il Mondo si domandava “se per misure preventive” dovesse intendersi “la restaurazione del sequestro o della censura, cioè di odiose misure, che ci ricaccerebbero indietro di molti anni nella storia delle nostre libertà”, l’on. Chiesa presentò in Parlamento un’ interrogazione al Governo e al Guardasigilli “sull’attendibilità di una ordinanza contro la libertà di stampa”, seguito dai socialisti unitari che chiedevano spiegazioni al Governo per un regolamento che “sovverte e annulla” i principi dell’editto sulla stampa e dai socialisti massimalisti che protestavano per il tentativo di togliere ai giornali il diritto di critica e la libertà di discussione. La risposta arrivò nella nottata dello stesso giorno. Il Consiglio dei ministri, a conclusione dei suoi lavori, prendendo atto che la mancanza di un regolamento sull’editto della stampa del ’48 aveva determinato “un manifesto abuso di quella libertà saviamente concessa alla stampa fino al punto di falsare il concetto fondamentale della legge”, approvava uno schema di regolamento, che introduceva l’obbligo che il gerente di un giornale dovesse essere il direttore del giornale stesso o comunque un suo redattore, vietava ai senatori, ai deputati e a quanti fossero stati condannati per due volte per reati commessi a mezzo stampa di essere gerenti responsabili di un giornale,affidava ai prefetti la facoltà di negare il riconoscimento della qualità di gerente a chi fosse privo dei requisiti richiesti, e di intervenire,“salva l’azione penale”, nei confronti dei gerenti dei giornali in caso di pubblicazione di “notizie false o tendenziose” tese a dan­neggiare “il credito nazionale all’interno od all’estero” o a destare “ingiustificato allarme nella popolazione” ovvero a dare “motivi di turbamento dell’ordine pubblico”, o articoli e commenti che istigassero “a commettere reati” o eccitassero “all’odio di classe o alla disobbedienza alle leggi o agli ordini delle autorità”. In tutti questi casi il prefetto aveva il potere di in­tervenirecon la diffida o con la dichiarazione di decadenza, dopo due diffide, del gerente responsabile della pubblicazione, sospendendo, di fatto, la pubblicazione stessa. La diffida doveva essere pronunciata dal prefetto con decreto motivato, udito il parere di una commissione composta da un giudice, in qualità di presidente, da un sostituto procuratore del Re e da unrappresentante dei giornalisti nominato dall’Associazione della Stampa di competenza territoriale.
Si trattava di un provvedimento pesantemente lesivo della libertà di opinione teso a imbavagliare la stampa e le voci delle opposizioni,giu­stificato con l’ obbligo del governo “assoluto e categorico” di “intervenire o per prevenire o per rapidamente colpire” “l’opera sobillatrice e nefasta” delle opposizioni. Nello stesso giorno della diffusione del testo del regolamento, La Stampa di Frassati esprimeva un giudizio particolarmente caustico sulla creazione, mediante un regolamento, di un nuovo istituto giuridico, quello della diffida, che soltanto la volontà del legislatore avrebbe potuto introdurre nell’ordinamento e che rappresentava “un arma fortissima per gli abusi del potere esecutivo e per la soppressione della libertà di stampa, anzi addirittura dei giornali”………
….Il 15 luglio l’on. Chiesa, mentre si esauriva la discussione parlamentare sulla nuova legge elettorale, depositava alla Camera un ordine del giorno che considerando necessario garantire “in modo assoluto” per l’esercizio delle funzioni elettorali “la libertà di opinione con la stampa” invitava il Governo a non prendere “misure restrittive in ordine al regime della pubblica stampa”. Nell’illustrare l’ordine del giorno Chiesa sostenne di averlo presentato proprio in quella occasione perché ciascuno nell’esprimere il proprio voto si assumesse sul problema la propria responsabilità e invitava il Governo ad abbandonare il progetto e l’incostituzionale regolamento sulla stampa “che è vergogna per qualunque civiltà moderna”. Alla fine della discussione sulla legge elettorale, mentre tutti gli altri ordini del giorno venivano ritirati, Chiesa mantenne il suo perché in quel momento il decreto bavaglio incombeva “come un’oltraggiosa minaccia contro la maggiore delle libertà politiche”. Per indurlo al ritiro l’on. Gray parlò con il Presidente del Consiglio, che invitò Chiesa al banco dei ministri. Dopo averne letto l’ordine del giorno, Mussolini assicurò il parlamentare repubblicano che il decreto sulla stampa non sarebbe entrato in vigore. Solo a quel punto Chiesa si convinse a ritirarlo, riaffermando che i diritti della stampa non dovessero essere violati. Due giorni dopo l’on. Acerbo comunicò a Chiesa che Mussolini gli aveva ordinato di non presentare più il decreto con il regolamento sulla stampa alla Corte dei Conti. Ma anche senza il decreto il Governo era, comunque, intenzionato a limitare la libertà di espressione, utilizzando ogni mezzo possibile. A giugno, il prefetto di Trieste, invocando l’art.3 della legge provinciale e comunale aveva fatto sequestrare il giornale comunista Il Lavoratore. L’episodio era stato oggetto di tre interrogazioni parlamentari, alle quali il sottosegretario Finzi aveva risposto in aula a luglio, proprio mentre era discussione la legge elettorale e Mussolini faceva intendere che il decreto sarebbe rimasto in un cassetto. Agli interroganti, che si ostinavano a sostenere l’inapplicabilità di una legge amministrativa per limitare diritti sanciti da norme di diritto pubblico, che presiedevano alla libertà della stampa, Finzi aveva risposto riaffermando il diritto del Governo, anzi il suo “obbligo categorico ed assoluto” di intervenire per prevenire gli “abusi” della stampa “senza preoccuparsi punto delle immancabili recriminazioni dicoloro che soprattutto della stampa vogliono avvalersi come di un elemento di disgregazione sociale, di preconcetta rabbiosa opposizione al Governo”.
Pochi giorni dopo, nella mattinata del 22 si riunì il Comitato direttivo della Federazione e nel primo pomeriggioalle 15 iniziarono i lavori del Consiglio generale. In assenza di Barzilai, che aveva inviato a Meoni una lettera per giustificare la sua assenza a seguito delle dimissioni che il giorno precedente aveva rassegnato dalla carica di presidente della Romana, il consiglio fu presieduto dallo stesso Meoni che spiegò come, in considerazione della delicatezza dell’argomento, il Comitato direttivo non avesse voluto presentare in Consiglio nessun documento, lasciando ciascuno libero di esprimere le proprie valutazioni. L’auspicio del Comitato era che dal Consiglio uscisse un documento unitario che in quanto tale potesse esprimere all’esterno la posizione chiara di tutta la categoria e anche per questo gli ordini del giorno approvati dalle singole associazioni non erano stati resi pubblici. La discussione, come era prevedibile, fu molto lunga e si protrasse per oltre cinque ore e alla fine si decise di affidare ad una commissione ristretta, composta da Meoni, Calza, Guarino, Parisi, Pellizzari, Rossi e Sobrero, il compito di mettere a punto il documento conclusivo, che fu approvato all’una­nimità. In esso, pur condividendosi la necessità di riformare l’obsoleto istituto del gerente, si ribadiva che le leggi vigenti erano sufficienti a regolare il corretto funzionamento della stampa e che qualunque modifica si rendesse necessaria doveva essere introdotta con lo strumento della legge. Si respingevano, comunque, con fermezza le disposizioni sulla diffida affidata ad organi del potere esecutivo, giudicandole inaccet­tabili “in quanto paralizzerebbero la funzione della stampa e renderebbero praticamente impossibile l’esplicazione dell’opera professionale del giornalista anche esercitata con la maggiore diligenza e rettitudine di intenti”. Con lo stesso documento il Consiglio generale invi­tava il Governo a sospendere il provvedimento.
Il giorno dopo una delegazione della Federazione, guidata da Meoni, si incontrava a mezzogiorno con il Presidente del Consiglio. Mussolini, che aveva già deciso di non dare corso al provvedimento, da abile giocoliere, convinto che con i “colleghi” giornalisti si potesse usare la politica del bastone e della carota, pur dichiarando di non poterne condividere alcune parti, ”per ragioni evidenti”, sostenne che il documento federale era “nel complesso”, “abbastanza obiettivo”, facendo intendere che la Fe­derazione della Stampa lo avesse, alla fine, convinto. Ma quali fossero le sue reali intenzioni lo si leggeva chiaramentenel comunicato ufficiale, diramato al termine dell’incontro, nel qua­le il capo del Governo “accoglieva l’augurio rivoltogli dalla commissione e, cioè, che la condotta della stampa italiana fosse tale da non rendere necessaria l’applicazione dei provvedimenti” annunciati. Una dichiarazione apparentementecompromissoria e conciliativa, ma che di fatto costituiva una vera e propria mi­naccia contro gli avversari del fascismo. Non a caso, Mussolini, che leggeva con attenzione tutti i giornali di opposizione, consegnava, come confesserà Cesare Rossi, quotidianamente al suo segretario i ritagli de La Voce Repubblicana, l’Unità, La Giustizia e l’Avanti!, che contenevano i nomi dei sottoscrittori perché fossero trasmessi ai fiduciari provinciali e locali del partito che li “purgavano o minacciavano o bastonavano”. Per parte sua l’ufficio stampa della Presidenza del Consiglio allargò la sua rete di informatori prezzolati e iniziò a fare largo uso delle intercettazioni telefoniche…..

(luglio 1924)
…… Mussolini, che avrebbe superato anche grazie alla sostanziale connivenza della monarchia questa fase critica, era consapevole che dopo aver conquistato il parlamento, non gli restava, per mettere a tacere le opposizioni, ma anche le frange oramai incontrollabili dell’estremismo fascista, che porre un freno alla stampa, divenuta particolarmente aggressiva dopo la scomparsa di Matteotti e fonte di disordini di piazza. Subito dopo il rimpasto governativo conseguente alle elezioni dell’aprile, impose al Governo nella riunione dell’8 luglio l’immediata attuazione dei provvedimenti sulla stampa, congelati nel luglio dell’anno precedente, e pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale quello stesso giorno. Soltanto 5 giorni prima, rispondendo al ministro Giuriati, che si lamentava per gli attacchi di alcuni giornali al suo operato, Mussolini gli aveva scritto “la libertà di stampa esiste fino a prova contraria”. Al ministro degli interni Federzoni che in consiglio dei ministri aveva sostenuto che l’ordine pubblico era minacciato dalle “polemiche intemperanti e le notizie false o tendenziose, con le quali parte della stampa eccita e fuorvia le correnti della opinione pubblica”, Mussolini aveva prontamente risposto cha per “infrenare gli eccessi della stampa di opposizione e insieme le esuberanze polemiche dei fascisti” c’era già il provvedimento del 15 luglio del ’23. Bastava renderlo immediatamente operativo.
La sera di quello stesso 8 luglio il consiglio direttivo dell’Associazione della Stampa di Roma, riunitosi d’urgenza, votava all’unanimità un ordine del giorno che giudicava il decreto sulla stampa “in contrasto con la lettera e con lo spirito della nostra legge statutaria” perché affidava “all’insindacabile giudizio di merito dell’autorità politica un procedimento che può condurre alla soppressione pressocchè immediata di un giornale o di una pubblicazione periodica”. L’Associazione romana riaffermava “il principio e il diritto della libertà di stampa, limitato solo dalla legge e solo reprimibile dal magistrato”, principio sul quale concordavano “tutti i Consigli Direttivi e tutte le assemblee dei soci, composti quelli e queste di uomini delle più diverse parti politiche”. L’ordine del giorno si concludeva con un appello “ai giornali e ai giornalisti italiani perché da un’azione solidale risulti in modo imponente quale sia il pensiero e il sentimento della stampa nazionale su questa fondamentale questione”.
Il giorno successivo, il Regolamento, sotto forma di decreto-legge, era già pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, ma con l’aggiunta di due nuovi articoli, di non poco conto, assenti nel testo dell’anno precedente. L’uno prevedeva che in caso di violazione delle disposizioni sulla stampa i giornali dovevano essere sequestrati e che il sequestro sarebbe stato “eseguito dall’autorità di pubblica sicurezza senza che occorra speciale autorizzazione”, l’altro prevedeva che per tutti i reati “di stampa o commessi a mezzo della stampa” si sarebbe proceduto per “citazione direttissima”. Il sequestro preventivo dei giornali era stato abrogato con legge del 28 giugno 1906, la sua reintroduzione mediante regolamento era, quindi, quantomeno dubbia sul piano della costituzionalità.
Ma il Regolamento prevedeva anche un’altra modifica, dettata dalle reazioni negative espresse dalla Federazione della Stampa, oltre che da molte Associazioni territoriali. Laddove si introducevano le commissioni incaricate di dare il loro parere sulle diffide. Mentre nel testo del ’23 si affermava che di ogni commissione avrebbe dovuto far parte “un rappresentante della classe giornalistica nominato dalla locale Associazione della Stampa, ove esista”, nel testo pubblicato ora si aggiungeva che in mancanza della Associazione diStampa territoriale, il rappresentante dei giornalisti sarebbe stato nominato dal presidente del Tribunale…..

(giugno-dicembre 1925)
…. Mussolini, per isolare la dirigenza federale e chiudere la partita con la stampa,il 20 giugno del ’25 al termine dello svolgimento dei lavori della Camera, approfittando della quasi totale assenza di parlamentari della ormai ridotta opposizione, propose per lo stesso giorno la seduta notturna per l’approvazione del disegno di legge, messo a punto dai ministri degli interni e della giustizia, che trasformava definitivamente in legge i decreti del ’23 e del ’24 e prevedeva nuove disposizioni sulla stampa. Il disegno di legge esaminato e modificato dalla commissione parlamentare presieduta da Andrea Torre, relatore Filippo Ungaro, che aveva recepito gran parte degli emendamenti Amicucci, fu portato all’approvazione di un’aula, priva, ad eccezione dei parlamentari comunisti, di opposizione……Avuta la maggioranza necessaria per la seduta notturna (247 voti a favore e 44 contrari) la Camera passò alla discussione nel merito dei provvedimenti, dopo che il relatore Ungaro aveva concluso il suo intervento sostenendo che “il disegno di legge non nega alcuna libertà, ma riafferma una responsabilità che deve essere profondamente sentita ed eleva la dignità del giornalismo italiano”. Messi in votazione, praticamentesenza dibattito, i provvedimenti furono, così, approvati dalla Camera, a scrutinio segreto, quasi all’unanimità. Su 266 votanti la legge sulla stampa ebbe 261 voti favorevoli, la conversione in legge dei decreti 263…..Approvati dalla Camera, i disegni di legge furono trasferiti al Senato, dove, dopo l’esame della competente commissione arrivarono nel mese di dicembre in aula, relatore Vittorio Rolandi-Ricci. In Senato la discussione, seguita con attenzione da Mussolini, presente ai lavori di tutte le sessioni, fu decisamente più ampia di quella, praticamente inesistente per l’assenza delle opposizioni aventiniane, che si era avuta alla Camera nella notte del 20 giugno…… Subito dopo, i tre disegni di legge furono messi in votazione e definitivamente approvati con 150 voti a favore e 46 contrari. La legge sulla stampa, datata 31 dicembre 1925, n. 2307, fu pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del successivo 5 gennaio.
Con la sua entrata in vigore e con i conseguenti provvedimenti successivi si poneva fine, come dirà nel decennale della marcia su Roma Ermanno Amicucci, al “regime di assoluta irresponsabilità” in cui era vissuta la stampa italiana.

(da Giancarlo Tartaglia, Un secolo di giornalismo italiano. Storia della Federazione nazionale della stampa italiana 1887-1943, Mondadori Università)

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La legge bavaglio di «Liberazione» diventa attiva

26 maggio 2010 at 2:14 pm (Appelli, Media, Movimenti, news)

di Fulvio Grimaldi.

Sinnedoche: la parte per il tutto, ovvero i licenziamenti di Liberazione e la legge sulle intercettazioni. Una misera vicenda mia che riflette, con grande anticipo, quello che il regime repressivo e poliziesco di Berlusconi-Alfano sta infliggendo a quanto ci resta di democrazia: l’assalto finale alla libertà d’espressione attraverso una normativa punitiva nei confronti di giornalisti ed editori. Un assalto al quale la sinistra, il PRC e Liberazione, hanno dichiarato di voler resistere con tutte le forze. Tranne con quella che onorerebbe il debito di giustizia e libertà che Liberazione ha nei miei confronti.

Oggi mi è arrivato il precetto esecutivo per il pagamento a Liberazione di 110.000 euro, come determinato dalla sentenza d’appello. Se non pago avviene l’esecuzione forzata, pignoramento.
mediagaggedNonostante le tante firme sotto l’appello che chiedeva a Liberazione e al PRC di rinunciare a un provvedimento scandalosamente iniquo, come il pagamento di quella somma per me inarrivabile, per essere stato cacciato su due piedi da Liberazione nel 2003 per un articolo su Cuba, con motivazioni false, nonostante le pressioni esercitate da tanti compagni su partito e giornale, questi non desistono.
Alla faccia della libertà d’espressione e della libertà di stampa, palesemente violati in anticipo perfino sul provvedimento berlusconiano che oggi sta suscitando tante reazioni, con il brutale licenziamento per un articolo (sul cui contenuto oggi il PRC sostanzialmente concorda) che si opponeva alla propaganda di menzogne e diffamazioni su Cuba, Liberazione e il PRC mandano avanti una procedura che per me significa la fine dell’agibilità in quanto documentarista.
Infatti i miei documentari di controinformazione sono basati sulla mera militanza, senza alcuna componente commerciale, sono autoprodotti e autofinanziati. Quello che il giudice di prima istanza mi aveva concesso per risarcimento dei danni subiti sul piano dell’immagine, della professione ed economici, si può ritrovare nei lavori che ho fatto in giro per il mondo per diffondere un po’ di verità in un ambiente intossicato dalle falsità e mistificazioni.
Grazie alla pervicacia e alla grettezza del comportamento di chi si presenta come “combattenti contro ogni censura e ogni negazione del diritto alla libertà d’espressione”, queste verità io non potrò cercarle e diffonderle più.
Vorrei che voi, che in tanti vi siete espressi in solidarietà, scrivendo a Liberazione, al PRC e firmando il mio appello, mi diceste la vostra opinione circa l’ipotesi di un mio sciopero della fame ad oltranza sotto la sede di Liberazione. Ne terrò conto nella decisione. Nel frattempo conto sull’attivazione anche del mio sindacato, la Federazione Nazionale della Stampa che, consapevole del significato della sineddoche, nella sua encomiabile battaglia contro i provvedimenti liberticidi del governo non può non vederne la connessione a questo episodio, singolo, personale, ma di significato generale.
Grazie a tutti.
P.S.: Chi volesse firmare l’appello segnalato nel mio blog, lo faccia per favore due volte. Spesso la prima non viene registrata.

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In modo buffo verso il baratro

26 maggio 2010 at 2:09 pm (news)

di Dario Fo - Il Fatto Quotidiano del 25 maggio 2010
Il premio Nobel analizza la situazione tragica dell’Italia.
Ecco il testo dell’intervento al Festival del Giornalismo d’Inchiesta di Marsala.

1 L’Italia oggi.
Che paese è oggi l’Italia?
Per capire dove siamo e dove siamo arrivati, bisognerebbe andare indietro e ricordare il valore, il significato delle cose che sono avvenute in Italia nei secoli passati. A partire dal Medioevo. La nascita di uno dei fenomeni più importanti della coscienza umana, che sono i comuni. Noi abbiamo inventato un modo collettivo di giustizia, che nel mondo si studia ancora oggi. E poi c’è stato l’Umanesimo: straordinario valore e poi grandi pittori, grandi scienziati, grandi scopritori; e tutta la scienza che è venuta avanti, l’invenzione, la poesia, lo scrivere. Abbiamo inondato di opere tutto il mondo intiero. Poi c’è stato il momento di un silenzio pericoloso, a parte che il Settecento italiano è anche importante. È il tempo dei Lumi, e anche noi abbiamo partecipato. Da lì abbiamo fatto una calata incredibile: siamo arrivati anche al Fascismo, siamo arrivati anche a fondare l’Italia, ad affondarla anche; siamo risaliti. Finita la guerra, io devo dire che, l’ultima guerra, un’aria straordinaria, di impegno, di convinzione al fare, al realizzare, al cambiare, all’inventare una vita. E tutti quanti ci siamo dati come pazzi al gioco e alla gioia di realizzare questo mondo diverso. Tutti quanti, veramente tutti quanti, dagli operai, ai contadini, alle donne. Siamo stati la meraviglia del mondo, perché nessuno ha avuto un ritmo di rinascita così imponente e importante. Poi ecco che la politica, il furto, lo scanno, il derubare e il distruggere è stato all’ordine del giorno. Naturalmente il governo non dice, non accetta, anche quando viene preso con le mani nel sacco (come in questi giorni, con tutti i ministri che dovrebbero essere cacciati via a pedate),che naturalmente continua a minimizzare, dice: “No, non siamo al momento della strage finale, ma no! Non è il tempo di vent’anni fa, quando andavano in galera, uno dopo l’altro: ministri, deputati, ecc. ecc. Mani Pulite non c’entra niente.” E invece siamo dentro. Non volere accettare, non vedere che siamo in un momento tragico, proprio come quello di Mani Pulite, forse anche peggio, è un’incoscienza, soprattutto in un momento come questo. Con la crisi che ci viene addosso. Con gli operai che non trovano più lavoro. Con la gente che si sbatte giorno per giorno. Con le scuole che non funzionano, con il traffico che non funziona, con questa aria intasata, con questa mancanza di rispetto anche per la vita dei bambini, dei vecchi etc. etc.
Stiamo andando verso un bel baratro. Ora è un pessimismo. Io sono felice di essere pessimista. Perché il pessimista è quello, a differenza dell’ottimista cosiddetto, che guarda le cose, che va a fondo. Non si accontenta della speranza, anzi, non vuol sentire parlare di “speranza”, ma di fatti veri, reali, di progressione, di trasformazione. Continuo. Io sono pessimista, perché voglio veramente l’Ottimo.

2 Un governo buffo
Abbiamo un governo che ci viene invidiato all’estero, proprio perché dà una felicità, un’allegria…
E’ talmente buffo, talmente assurdo e paradossale, che tutti, quando andiamo all’estero, vogliono che raccontiamo e non credono alle nostre parole.
Quando diciamo qualcosa appunto sulla libertà di espressione, sulla possibilità di usare, tutti, ognuno, la televisione italiana e soprattutto delle bugie che dicono ovvio, i giornalisti, a proposito della situazione in cui ci troviamo, e soprattutto sul fatto che esiste chiaramente, un’aggressione continua, ben mascherata, con voci del coro, sul fatto che la cosa più importante per la pubblicazione, o meglio, per arrivare a far conoscere la verità e informare il pubblico che la televisione sia in mano, nei fatti, tutta a un solo elemento, che poi è il Presidente di questo governo.

3 La censura della cultura
L’altro giorno si faceva il calcolo di tutti gli uomini di teatro, le donne di teatro, le persone insomma che contano e che hanno valore e che sono sparite dalla nostra scena.
E, fra questi, con orgoglio, dico anche che anch’io sono uno sparito. Abbiamo lavorato parecchio con Franca a realizzare discorsi sulla cultura, sui grandi pittori, sulla storia del teatro.
Abbiamo realizzato, in anni passati, una serie di programmi che sono stati visti da una grande quantità di spettatori. Siamo arrivati addirittura ad un milione dopo mezzanotte. Che poi era già previsto che noi dovessimo stare un po’ in disparte, non essere certo nelle ore di punta, perché si dà fastidio, si fa confusione, poi ogni tanto sfuggono delle battute che possono essere “malintese” dai “semplici”. Ecco siamo spariti, non abbiamo più la possibilità di esprimerci, tanto è vero che non ci resta altro che farci le riprese per nostro conto, rischiando noi in prima persona, e poi cerchiamo di farle passare attraverso i giornali, insieme alle pubblicazioni. Cerchiamo un altro campo, perché il campo diretto della televisione è intasato, completamente e dico completamente, dallo stato, dal governo; salvo qualcuno che è riuscito a entrare dentro e sta vivacchiando ancora per un po’.

4 Morti di stato
Io credo che all’estero, se fosse successo quello che è successo qualche giorno fa da noi, di una donna, a Napoli, che lavora in un ospedale e che a un certo punto, per poter comunicare e per far sapere alla gente e soprattutto al governo che lei non sta prendendo da mesi lo stipendio, che ha due figli da mantenere, che non sa come sbattersi, e a un certo punto dice: “voi mi cavate il sangue, questi soldi che non mi date, me li cavate dalla vita mia e dei miei figli. Allora io mi cavo il sangue davanti a voi. E ogni giorno mi cavo il sangue perché voi ve ne accorgiate, presi da un fatto così violento come io lo esprimo a voi, vi decidiate a darmi quello che mi togliete, quello che nascondete.” E’ morta. Cioè l’hanno lasciata morire. Tranquillamente. E la cosa orrenda è che al funerale di questa donna, c’era la popolazione disperata e indignata, ma non c’era nessuno del potere, cioè le istituzioni erano sparite completamente. Di sinistra, di destra, non ci sono, non sono mai esistite. Non si deve più parlare di quello. Così come è successo a una donna guerriera, che stava in Afghanistan, la quale è saltata in aria dentro questo camion armato, che avrebbe dovuto resistere, sono morti due ragazzi, e lei con un altro ragazzo è stata ferita gravemente. Ebbene è una cosa che fa venire i brividi, il fatto che noi abbiamo delle donne e le mandiamo a morire o a rischiare di morire. Che una donna sia portata a fare la guerriera, è una cosa che va bene in una favola, in miti greci. Perfino Aristarco veniva a fare ironia grottesca su questa situazione, come paradosso. Noi ce l’abbiamo e cosa aspettiamo? Che ci sia il morto.
Finalmente, quando ci sarà una donna morta, nella guerra, per la patria, che è veramente straordinario: lì vedremo le lacrime, lacrime in-trattenute dei nostri dirigenti, dei ministri, e tutti in fila andranno a baciare il feretro.

5 Corruzione e potere
L’unica speranza che abbiamo è nei giovani. Che i giovani veramente riescano a sostituire quello che noi non siamo riusciti a portare a termine, soprattutto concludere al meglio. E soprattutto non accettino assolutamente le condizioni e le forme che oggi sono costretti a vivere, perché sanno benissimo che è andataverso un suicidio di massa, andare come stiamo andando. Con un potere che non si rende conto di cosa sta succedendo, che finge di non vedere, che da tempo, ormai da un anno, se non c’è la crisi da noi, noi siamo in piedi. E invece sappiamo benissimo, ce lo dicono tutti i grandi studiosi del problema finanziario in Europa, che quello che è il disastro, deve ancora venire. E dobbiamo aspettarcelo. Perché c’è questo silenzio e questo stordimento. Ogni tanto vedi degli operai che fanno cose da pazzi, salgono sulle torri, occupano locali, e addirittura le galere, per poter far sentire alla gente il problema loro. C’è questo vuoto, vuoto anche davanti a qualcosa che è ancora più orrendo, perché tu vieni a sapere che proprio nel mondo dei dirigenti, di coloro che hanno in mano il potere, esiste una corruzione spaventosa. E che proprio i primi a realizzare questa corruzione, a muoverla, a sostenerla sono proprio i politici, gli imprenditori.
Scopriamo che il numero dei fatti legati alla corruzione, arriva a qualcosa come sessanta miliardi di euro all’anno, che è una cifra spaventosa, avere in positivo quella cifra significa risolvere un sacco di problemi, dalla cultura, alle scuole, al problema degli ospedali. E invece tranquillamente si lascia smembrare o meglio, proprio cavare il sangue, non solo a quella povera donna, ma a tutta la popolazione, con una mancanza assoluta di umanità. Il significato di umanità non esiste più, sta crollando, sta andando via così come l’acqua dopo un temporale.

6 La forza e il coraggio
Io tengo nel mio studio un ritratto, dove ci sono due personaggi, credo siano i più importanti dell’ultima storia d’Italia, si tratta di Borsellino e Falcone. Due giudici che hanno pagato con la vita, la forza e soprattutto il coraggio di portare avanti un discorso rivoluzionario: quello di cancellare finalmente la mafia. La mafia c’è ancora, ogni giorno, ogni giorno però ci dicono che è agli ultimi,ma noi sappiamo che ci vuole davvero una rivoluzione totale, e una partecipazione di tutti quanti, costanti. Io lo tengo così, come indicazione, come una voce, questo ritratto. E’ un segnale costante. In ogni momento ci scappa lo sguardo e pensiamo anche nei momenti difficili, che dobbiamo prendere per buono l’esempio, per assoluto l’esempio di questi uomini e soprattutto, divulgarlo, farlo conoscere, farlo ricordare, a tutti quelli che anche passano per casa che sono tanti.

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La corsa verso la finanziaria. Berlusconi scopre la crisi

21 maggio 2010 at 2:11 pm (news)

di Aldo Garzia

L’Euro ai minimi storici, il debito pubblico che sta diventando di ora in ora un problema sempre più difficile da occultare davanti ai partner europei. La crisi economica e finanziaria che sta colpendo ben oltre le previsioni, o meglio le speranze, della maggioranza. E i consensi verso l’attività del governo che hanno preso una brutta china. La situazione per il premier Silvio Berlusconi, anche solo sul piano economico del Paese, si sta facendo difficile. Occorre fare presto nel definire entità e scelte della manovra economica. La situazione dei mercati europei resta grave e inquietano gli allarmi lanciati dal cancelliere tedesco Angela Merkel sulla tenuta dell’euro (“Se fallisce la moneta unica, fallisce l’Europa”). Da qui il vertice di ieri sera a Palazzo Grazioli tra Giulio Tremonti, ministro dell’Economia, e il premier Silvio Berlusconi in previsione della riunione del Consiglio dei ministri di oggi in cui verranno illustrate le linee generali della manovra.

Una decisione che appare sicura è quella del taglio del 10% per due o tre anni dello stipendio dei manager pubblici che guadagnano più di 100 mila euro l’anno. La misura viene definita della Corte dei Conti di sicuro “valore etico” anche se si ritiene che produrrà poco gettito in un quadro già di forte contenimento della spesa pubblica. L’altra decisione che pare ormai sicura è quella che riguarda il taglio dei costi della politica per almeno il 15%. L’idea, per iniziare, sarebbe quella di ridurre almeno del 10% gli stipendi di parlamentari e ministri.

Ieri il ministro Tremonti ha incontrato anche le parti sociali: i segretari di Cisl e Uil, il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua, il direttore dell’Agenzia delle entrate Attilio Befera. Per Susanna Camusso, della segreteria della Cgil (questo sindacato è stato escluso dall’incontro con Tremonti), “la manovra avrà comunque un effetto depressivo dell’economia perché ridurrà i consumi, quindi andrebbero pensate misure, come hanno fatto Germania e Francia, che favoriscono pure la crescita”.

Tremonti si è incontrato anche con Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro, e Roberto Calderoli, ministro della Semplificazione legislativa. Con loro ha stabilito l’orientamento che la manovra economica dovrà essere pari ad almeno 27 miliardi di euro nell’arco degli anni 2011-2012. Da parte di Maria Stella Gelmini, ministro dell’Istruzione, è arrivata la conferma che le misure di austerità economica non dovrebbero investire la scuola. In particolare, non verranno ritoccati – secondo il ministro – gli automatismi che regolano i salari degli insegnanti.

I tagli dovrebbero riguardare invece la sanità e i contributi sui medicinali, a cui si aggiungerebbero lo slittamento delle finestre pensionistiche, la lotta all’evasione fiscale e alle false pensioni di invalidità, l’abolizioni di alcuni enti ritenuti inutili. Quanto ai tempi, l’approvazione della manovra è prevista entro la seconda settimana di giugno, ma Tremonti vorrebbe anticiparla a fine maggio o ai primissimi giorni del mese prossimo per dare un segnale reattivo e positivo agli altri paesi dell’Unione europea e ai mercati.

Ieri Renato Schifani e Gianfranco Fini, presidenti di Senato e Camera, hanno diffuso un comunicato congiunto in cui affermano di condividere “la necessità che le Camere partecipino responsabilmente al contenimento della spesa pubblica reso necessario dall’attuale situazione economico-finanziaria”. I due presidenti torneranno a incontrarsi mercoledì 26 maggio per definire gli orientamenti comuni delle due Assemblee elettive.

Il tema del taglio dei costi della politica è stato discusso dal ministro Tremonti anche con Sergio Chiamparino, presidente dell’Anci (l’Associazione dei Comuni). Quest’ultimo ha proposto di insediare una commissione che entro tre mesi proponga soluzioni concrete per “rimodulare tutte le indennità dei componenti delle assemblee elettive”. In ogni caso, dovrebbero essere previsti 2 miliardi di tagli per due anni per le Regioni e altrettanti per i Comuni, per arrivare a un totale di 4 miliardi nel prossimo biennio.

Nei giorni scorsi alcune indiscrezioni avevano fatto riferimento alla possibilità che il presidente del Consiglio stesse mettendo a punto un messaggio da rivolgere agli italiani sul problema della crisi economica sotto forma o di un intervento in televisione o di una informativa in Parlamento.

Sul tema del confronto tra governo e opposizione è intervenuto Enrico Letta, vicesegretario del Pd, in una conferenza stampa: “C’è un punto pregiudiziale: non accettiamo di affrontare la discussione sui sacrifici se Berlusconi non va in televisione e mette la sua faccia sulla parola sacrifici. Il premier non pensi di poter parlare d’altro”.

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Haaretz: “In Italia torna di moda il fascismo”

21 maggio 2010 at 2:09 pm (news)

L’analisi del quotidiano israeliano: nel Nord ospitati raduni di estrema destra, con afflusso da tutta Europa. Un fenomeno collegato alla crescita della Lega: “In questo clima i sostenitori della destra non si vergognano di esprimere posizioni razziste”

In Italia “il fascismo torna di moda”. E’ l’allarme che lanciato oggi (21 maggio) dal quotidiano israeliano Haaretz, che offre un’analisi su alcuni fenomeni nel Nord del nostro paese. In particolare, sottolinea i recenti episodi di cronaca a Milano: “Una città nota nel mondo come capitale della eleganza europea”, scrive il giornale, che recentemente ha ospitato un torneo di calcio dedicato alla memoria di Sergio Ramelli, attivista del Fronte della Gioventù ucciso da rivali politici nel 1975. Il torneo è stato patrocinato dal Comune – che solo dopo ha preso la distanze – e hanno aderito dieci organizzazioni di estrema destra.
Domani (22 maggio) è prevista nel capoluogo lombardo una manifestazione del Fronte Nuovo, con partecipazione di attivisti di estrema destra che arriveranno dall’Ungheria e dalla Francia. La settimana prossima, sempre a Milano, si tiene il concerto della formazione di estrema destra “Hammerskin”: anche qui si teme l’afflusso di neonazisti da tutto il continente. Haaretz collega questi fenomeni alla forte crescita della Lega: il partito vuole creare un’entità politica autonoma nel Nord “per un’Europa cristiana”, spiega, poco tempo fa un attivista dello schieramento ha dichiarato in televisione: “L’Italia agli italiani, africani ed ebrei fuori” (i giovani padani ad Annozero, ndr). Insomma, “nel clima politico attuale, i sostenitori della destra non si vergognano più di esprimere posizioni razziste”. Il successo della Lega, secondo questa tesi, permette alle forze di estrema destra di tornare sulla scena, anche se hanno un’agenda politica diversa.

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Pillola del giorno dopo negata: “Incinta, chiedo i danni”

21 maggio 2010 at 11:58 am (news)

Parla la donna di Teramo che ha fatto causa all’Asl per una gravidanza non voluta dopo che tre medici hanno rifiutato di prescrivere il contraccettivo d’emergenza. “Amo mio figlio, ma mi batto per le donne che si vedono negare un diritto”

Di Cristina Bassi

Una sera di quattro anni fa Lucia (il nome è di fantasia) ha avuto un incidente di percorso, ha chiesto ai medici, ripetutamente, la pillola del giorno dopo ma loro si sono rifiutati di prescriverla. Ci sono buone probabilità che per questo motivo sia rimasta incinta di un bambino che oggi ha tre anni. La 38enne abruzzese, che fa l’operaia, ha quindi citato in giudizio l’Asl di Teramo, chiedendo un risarcimento di 500 mila euro. È un caso unico nel suo genere. Per lei e il suo avvocato, Felice Franchi, è stato negato un diritto, con danno morale, biologico, patrimoniale e sulla vita di relazione di una giovane donna che ha dovuto affrontare da sola la gravidanza e il parto e che ora sta crescendo suo figlio senza un compagno. Il padre del bambino non l’ha voluto riconoscere.

La pillola del giorno dopo è un contraccettivo d’emergenza, si usa cioè dopo il rapporto non protetto, nel dubbio di poter rimanere incinte. È efficace se presa entro 72 ore dal rapporto a rischio, tuttavia non dà una sicurezza al cento per cento. L’efficacia è più alta, più è tempestiva l’assunzione. In Italia la pillola del giorno dopo può essere venduta dietro prescrizione medica, per poter assumerla è quindi necessario rivolgersi a un consultorio, al proprio medico, a un ginecologo, al pronto soccorso o a un presidio di guardia medica. Il contraccettivo d’emergenza agisce bloccando l’ovulazione, prima che questa si realizzi, non è quindi un farmaco abortivo.

Non va confuso con la cosiddetta pillola abortiva, la Ru486, diversa per principio attivo, effetto, tempi e modi di somministrazione. Sulla possibilità degli operatori sanitari obiettori di coscienza di rifiutarsi di fornire la pillola del giorno dopo il dibattito è aperto. La legge sull’aborto non prevede questa eventualità, visto che il contraccettivo d’emergenza non è abortivo, ma l’ordine dei medici si è espresso a favore. Nel concreto succede spesso che medici, infermieri e farmacisti contrari all’aborto non diano la pillola del giorno dopo e che le donne facciano fatica a procurarsela.

Nel nostro Paese i ginecologi obiettori sono circa il 70 per cento del totale (il dato è del ministero della Salute ed è relativo al 2007. Nel 2005 i ginecologi obiettori erano il 58,7%). In tutte le regioni (tranne la Valle d’Aosta, dove la percentuale è del 16,7%) gli specialisti che non praticano aborti sono più della metà, in Lombardia sono il 65,6 per cento, molti di più in Lazio (85,6%), Molise (82,8%), Campania (83,9%), Basilicata (84,1%) e Sicilia (83,5%). Queste percentuali rendono in molti casi difficilmente applicabile la legge 194.

Lucia, come sono andate le cose la sera del concepimento?
Uscivo con un ragazzo, non era un vero fidanzamento. Mi stavo ancora riprendendo da una lunga relazione finita male e con quest’uomo non avevo una relazione stabile. Dopo una pausa di circa un mese ci siamo rivisti e durante un rapporto si è rotto il preservativo. Nel dubbio di rischiare una gravidanza non voluta, sono andata alla guardia medica e al pronto soccorso di due ospedali, nella mia città e nella città vicina, per avere la pillola del giorno dopo. Si è trattato sempre di strutture pubbliche, ma in tutti i casi il farmaco mi è stato negato.

Perché?
Nessuno dei tre medici che ho consultato mi ha detto espressamente di essere obiettore di coscienza, tutti però si sono tirati indietro. Ero in evidente difficoltà, ma pur avendo bisogno di aiuto qualcuno di loro mi ha trattata male e mi ha guardata come se invece di una donna consapevole fossi stata una ragazzina che non sapeva cosa stesse facendo. In un caso mi è stato detto che avevano finito i moduli per sollevare la struttura dalle responsabilità per gli effetti collaterali. Una dottoressa mi ha invece spiegato che per prescrivermi il farmaco doveva farmi una visita ginecologica. Io ho obiettato che non volevo farmi visitare da un ginecologo che non fosse il mio e lei ha risposto che allora non poteva fare nulla per me (per avere la pillola del giorno dopo non è obbligatorio sottoporsi a visita ginecologica, ndr). Alla fine ho trovato una ginecologa che mi ha dato la pillola, ma a quel punto era troppo tardi.

Ed è rimasta incinta.
Incinta e sola, perché il mio ex partner non voleva che tenessi il bambino. Ho rifiutato di abortire e lui non ha voluto riconoscere il figlio. Il bambino porta il mio cognome, anche se somiglia tutto al padre.

La controparte sostiene che ci sono dubbi sulla paternità e, quindi, sul legame di causa-effetto tra quella pillola negata e la gravidanza.
Sono sicura che il padre sia lui e che il concepimento sia avvenuto in quella occasione. Non uscivo con nessun altro in quel periodo. Non avrei alcun problema in caso di test del dna, a condizione però che quell’uomo non rivendichi in futuro la paternità. Non c’è più posto per lui nella nostra vita, io e mio figlio stiamo bene e ce la caviamo grazie alle nostre forze e al sostegno della mia famiglia.

Perché non ha abortito?
Sono contro l’aborto, non avrei mai potuto farlo. La pillola del giorno dopo è un contraccettivo d’emergenza, che si prende nel dubbio di poter rimanere incinte. Sono due cose molto diverse. Sono felice di non aver interrotto la gravidanza: il mio bambino è la gioia della mia vita.

Ma non ha paura che questa storia possa mettere in dubbio il suo amore per lui?
Nessun timore. Il punto non è che ho avuto un bambino, ma il fatto che mi è stato negato un diritto. Se non avessi voluto mio figlio, avrei potuto abortire. Siccome faccio un lavoro pesante, mi sono messa subito in maternità per non rischiare di perderlo. E l’ho amato dal primo momento. È venuto al mondo nonostante quello che è successo, vuol dire che il mio destino era di diventare mamma.

Perché ha deciso di fare causa all’Asl?
Per creare un precedente che garantisca qualche tutela in più alle donne, magari giovanissime, che si troveranno nella mia situazione. Capita troppo spesso che una ragazza, vedendosi rifiutare la pillola del giorno dopo o trovandosi davanti un medico che con un pretesto cerca di dissuaderla, debba poi affrontare il trauma dell’aborto. Il contraccettivo d’emergenza dovrebbe essere prescritto senza alcun problema, le strutture che si rifiutano di farlo violano la legge.

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Settimana corta al Parlamento, anzi, cortissima

20 maggio 2010 at 12:38 pm (news)

Al parlamento italiano si lavora con la settimana corta. A scriverlo è Repubblica, che, in un’inchiesta firmata da Carmelo Lopapa, parla di turni settimanali, in media, di 16 ore alla Camera e 9 al Senato.

Il colmo, scrive Lopapa, è stato raggiunto settimana scorsa, quando il week-end dei deputati è iniziato giovedì, dopo due sole giornate di lavoro per approvare un paio di disegni di legge.

L’allarme sui ritmi di lavoro in parlamento è stato lanciato da Gianfranco Fini. Il presidente della Camera avrebbe dichiarato che “la settimana cortissima è un problema serio”.

L’imputato per eccellenza è l’esecutivo, che invia alle Camere per la discussione solo ddl di minima portata. Ma anche i parlamentari hanno dimostrato di non voler fare troppi sacrifici, come quando hanno fatto fallire il tentativo di Fini di prolungare i lavori al venerdì.

L’attività della Camera è quasi completamente assorbita dai provvedimenti del governo. Su 40 approvati nel 2010, sono 23 i ddl governativi, 10 decreti e solo sette disegni di legge di iniziativa parlamentare.

Non va meglio al Senato. Qui non ci sono mai state sedute al lunedì o al venerdì, e la media delle sedute è alzata dal fatto che quelle che dal mattino si prolugnano al pomeriggio vengono contate come doppie.

I ritmi rilassati si traducono nei numeri di progetti di legge approvati: sui 19 del 2010, solo quattro erano di iniziativa parlamentare.

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Ezio Mauro: “Togliamoci la museruola”

20 maggio 2010 at 12:30 pm (news)

Il direttore di “Repubblica”: adesso si muovano le grandi firme

di Silvia Truzzi

Avviso: il registratore è acceso. Premessa necessaria, perché nella notte è stato approvato anche l’emendamento “anti-D’Addario”, che vieta le registrazioni “non dichiarate”. Ma Ezio Mauro, direttore di Repubblica è consenziente.

Direttore, nel suo editoriale di oggi (ieri per chi legge, ndr) ha scritto: è vergognoso che non ci sia stata una mobilitazione contro la legge bavaglio.

I cittadini devono avere il diritto di sapere, i giornali il dovere di informare. È ciò che distingue una società aperta da una autoritaria. Questa battaglia va fatta per difendere il principio di democrazia, indipendentemente dai rapporti di forza. Se i giornali si mobilitano tutti insieme, facendo capire ai cittadini l’esito vergognoso di queste misure, si può vincere. Vogliamo vivere in un Paese in cui i magistrati sono limitati nella loro azione, i giornali dimezzati e i cittadini disinformati? Vogliamo uscire con giornali che non possono raccontare le grandi inchieste sui sistemi criminali per periodi che vanno dai 4 ai 6 anni e nei casi più patologici arrivano a dieci? Non possiamo accettarlo. Questo riguarda tutti i giornali. Non è un fatto di convinzioni politiche, ma di principio: interessa i fondamenti della democrazia. Dobbiamo difendere il nostro mestiere. Questo è il momento, perché siamo ancora in tempo. Siamo al passaggio decisivo: dalla commissione del Senato all’aula.

A chi si rivolge?

A tutti i giornalisti italiani perché non si facciano mettere la museruola, difendendo la possibilità di fare liberamente il proprio mestiere e, insieme, il diritto dei cittadini di sapere.

Crede che i grandi giornali prenderanno una posizione netta?

Io me lo auguro. Ci sono stati interventi tecnici e di cronaca, anche belli, su molti quotidiani. Ma ora tocca alle grandi firme, ai direttori: devono scendere in campo. Non è certamente un problema di concorrenza, è un momento in cui tutta la stampa deve essere unita. Questa legge tocca quelli che Amartya Sen chiama i “diritti vitali”. È in gioco il circuito di funzionamento della nostra democrazia. Non può interrompersi il canale di comunicazione tra il mondo del potere e l’informazione che indaga. Non si può interrompere perché questo circuito finisce all’opinione pubblica, che per capire deve conoscere. Non ha importanza che chi legge la pensi come me, l’importante è che con gli strumenti di informazione che io gli do si formi una libera convinzione. E quindi eserciti il suo diritto di cittadino, che alla fine è quello di premiare o meno i politici con il voto. Ma è esattamente questo che si vuole impedire.

Napolitano firmerà? La legge presenta molti elementi di incostituzionalità.

Credo che il presidente della Repubblica vada lasciato libero: farà le sue considerazioni. Ma penso che una battaglia di libertà e democrazia, a tutela di un diritto inalienabile dei cittadini, aiuterebbe il Quirinale a formarsi un convincimento autonomo.

Nella conclusione del suo editoriale ha usato la parola “regime”.

Chiamare con il loro nome le cose che accadono in Italia è già sufficiente e in alcuni casi sufficientemente grave. Questa legge di censura stabilisce quale dose di informazioni può arrivare ai cittadini. Insieme al conflitto d’interessi che altera il libero confronto politico e alle leggi ad personam che violano il principio di uguaglianza di fronte alla legge, delinea i tratti caratteristici di un regime.

Si è parlato di disobbedienza civile. Se la legge dovesse passare, crede che verrà praticata?

Noi lo stiamo valutando seriamente. Ma uno degli aspetti perversi della legge è quello di costituire un interesse degli editori disgiunto da quello dei giornalisti perché chiede agli editori di esercitare norme che influiscono sulla governance dei giornali, salvo multe pesantissime. Questo significa spingere gli editori a entrare in redazione. Ed esprimere un sindacato di contenuto, una cosa che in un sistema sano non era mai accaduta. Un’alterazione inaudita delle regole di autonomia del giornalismo.

Com’è possibile che la categoria non si ribelli a una cosa del genere?

I cittadini devono saperlo: i giornali che prenderanno in mano non saranno più gli stessi. In un Paese che vive di utilizzo politico del pettegolezzo, di calunnie e ricatti – il caso Boffo è esemplare così come le minacce a mezzo stampa rivolte al presidente della Camera Fini l’estate scorsa – si formerebbe una bolla speculativa per chi ha interesse a ricattare compagni di partito e avversari. Sarebbe un pervertimento della vita politica. La trasparenza è la strada maestra della vita democratica.

Anche l’Ordine dei giornalisti avrà un ruolo.

In caso di violazione, il pm è obbligato dalla legge a investire l’Ordine che a sua volta è obbligato a intervenire entro tre mesi. È prevista anche la sospensione dall’esercizio della professione. Per un direttore significa non poter decidere, in sostanza non poter fare il suo lavoro. Il governo, imponendo al pm di fare denuncia immediata – c’è proprio la parola “immediatamente” – e imponendo all’Ordine di attuare la sospensione, s’inserisce nell’organizzazione interna di un giornale. Che in un mercato libero e in una società libera dipende dalle scelte dell’editore e non del legislatore.

Una strada per buttar fuori i direttori sgraditi dai giornali.

Infatti: non chiamiamolo più disegno di legge sulle intercettazioni. Chiamiamolo disegno di legge sulla libertà: delle indagini e di stampa.

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L’arte, Dostoevskij e il metrò. Un “caso” esplode sul web

19 maggio 2010 at 6:44 pm (news)

Rinviata a data da destinarsi l’inaugurazione di una nuova stazione del metrò moscovita. Le sue decorazioni artistiche ispirate ai temi di Dostoevskij sono “troppo cupe e macabre” e potrebbero spingere i passeggeri al suicidio. Il caso è di quelli che fanno discutere davvero: dopo la pubblicazione in rete (su Livejournal) delle foto che ritraggono i grandi murales in marmo posti a decorazione della nuova stazione, si è acceso un violento dibattito pubblico, prima sulla rete, tra bloggers, e poi sui media cittadini. In molti hanno sostenuto che le immagini, realizzate con grandi pannelli in marmo bianco, grigio e nero, sono disturbanti: in una è raffigurato un uomo nell’atto di spararsi alla tempia, in un’altra un’uomo uccide con un’ascia due donne (temi ripresi da “Delitto e castigo”, il romanzo del grande scrittore ottocentesco, a cui la stazione è dedicata). Secondo un noto psicologo, c’è il rischio che la stazione diventi una sorta di luogo privilegiato per i suicidi o per altri atti violenti da parte di squilibrati. Fatto sta che la stazione, che doveva essere ufficialmente inaugurata oggi, resterà invece chiusa fino a nuovo ordine: la direzione della metropolitana ha diramato un comunicato in cui si prende atto che le immagini disposte lungo la piattaforma centrale della stazione “sono troppo macabre e violente”, ma non si dice cosa si intende fare in proposito.

Così, il giorno atteso da decine di migliaia di moscoviti, interessati alla nuova linea del metrò – il prolungamento della linea “Liublinsko-Dmitrovskaya” dal centro in direzione nord – si è trasformato in una grande delusione. Con il blocco della stazione “Dostoevskaya” è stata rimandata anche la contemporanea inaugurazione della stazione successiva, “Marina Roshcha” e in pratica tutta la nuova linea è rimasta in stallo: una sorta di maledizione, visto che il primo progetto di questa linea risale a trent’anni fa, perseguitato da una serie di rinvii e problemi fino al 2007, quando finalmente è iniziata la costruzione del tratto finale – che ora si ritrova questo nuovo e inedito problema “artistico”.

La metropolitana di Mosca è probabilmente la più “artistica” del mondo, in effetti: tutte le moltissime stazioni del centro (una sessantina, su un totale di ben 180) sono decorate in modo vistosissimo, con statue, mosaici e quant’altro, all’inizio – negli anni ‘30 – per celebrare le conquiste della Rivoluzione d’Ottobre, poi via via in modo meno politico ma sempre con grande ricchezza di materiali e riferimenti culturali; non per niente si tratta di una delle meraviglie della città e i moscoviti ne vanno giustamente fieri, anche se negli ultimi anni proprio la rete metropolitana è diventata il bersaglio preferito del terrorismo, che vi ha mietuto moltissime vittime (l’ultima volta nel marzo scorso

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«Dodici idee per il futuro». Costituzionali

19 maggio 2010 at 6:43 pm (Cosa c'è in giro........, eventi, news)

Un ciclo di incontri a Bagnoli. E un fondo intitolato a Rossana Rossanda

Dodici capitoli della Costituzione, quelli relativi ai diritti fondamentali del cittadino, e uno studio suddiviso in sette incontri per discutere della “cosa pubblica”, della carta fondante la Repubblica italiana e quindi della sua comunità.

Si intitola “Dodici idee per il futuro” ed è un ciclo di riunioni organizzato dal Laboratorio città nuova, l’associazione impegnata da oltre 15 anni in iniziative per favorire la riduzione del disagio sociale, la riqualificazione delle periferie urbane napoletane, la promozione culturale e civile della città.

Uno dei risultati più significativi di questo gruppo no profit è stato l’inserimento nel sistema bibliotecario provinciale della biblioteca Giancarlo Mazzacurati, che attualmente a Bagnoli conta oltre 20.000 volumi donati da privati e che presenta alcune sezioni particolarmente interessanti come il Fondo Rossana Rossanda o quello Mimmo Jodice, l’area dedicata a Bagnoli e alla sua storia, o lo scaffale multiculturale. Un punto di ritrovo, il quartiere dell’ex Italsider frequentato da centinaia di lettori e retto fino a questo momento solo sul volontariato dei membri dell’associazione. Da pochi mesi il riconoscimento provinciale e comunale e le nuove prospettive per realizzare. Così va avanti il ciclo di studi improntati sui diritti di cittadinanza. Dopo due incontri, lo scorso 21 aprile per un approfondimento sugli articoli primo e quarto riguardanti il lavoro, e il successivo del 3 maggio in merito al concetto di uguaglianza (2, 3 e 6) il prossimo appuntamento della rassegna è fissato per lunedì 17 maggio alle ore 16.30 per discutere gli articoli 7 e 8 della Cost., quindi per una conversazione sulle libertà religiose e culturali del paese. Con il titolo suggestivo di “Quando non c’è un solo paradiso” ne discuteranno, nella sala consiliare della X Municipalità di Bagnoli, il magistrato Paolo Mancuso, il gesuita padre Gamberini, Guido Sacerdoti, della comunità ebraica di Napoli, Ibrahim Khader, comunità islamica cittadini. Ad accompagnare questi dialoghi sulla Carta, l’associazione ha pensato di affiancare un cineforum a tema con proiezioni di film che abbiano saputo meglio di altri imprimere i concetti che i padri costituenti hanno ritenuto di dover fissare nella legge suprema dello stato.

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